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I costi della performance

Il Piano di accumulo. Una scelta dei grandi investitori

Spesso veniamo invitati ad accendere un Piano di Accumulo o PAC dai consulenti bancari e altrettanto spesso pensiamo che questo sia un metodo riservato ai piccoli risparmiatori perchè le cifre che ci vengono prospettato sono di poco conto.

Questa distorsione del metodo è dovuto ad un prodotto collegato e strutturato ad hoc per poter vendere appunto un fondo (solitamente) o una unit linked (assicurazione) e legarci a quel prodotto per lunghi anni.

In realtà il PAC o Piano d’Accumulo è un metodo che i nostri antenati usano da sempre.

  1. Un Piano di Accumulo NON è un prodotto MA un metodo
  2. Il Piano di Accumulo è ACCUMULO sotto qualsiasi forma
  3. Il Piano di Accumulo è il NOSTRO salvadanaio che avevamo da piccoli
  4. Il Piano di Accumulo è il RISPARMIO puro e semplice

Ora, avendo smarcato il concetto, on ci resta di vedere se riusciamo ad ottimizzare il processo per poter farlo fruttare al meglio. Solitamente la domanda ricorrente è:

“Ma è meglio accumulare in conto corrente e poi investire una cifra più importante oppure investire piccole somme ogni mese o periodicamente in maniera regolare?”

La risposta anche qui è DIPENDE! Ma personalmente consiglio di investire qualsiasi cifra a disposizione che non sia dedicata ai consumi correnti.

Il Risparmio deriva dalla seguente semplicissima formula:

REDDITO NETTO – SPESE CORRENTI = RISPARMIO

Poi questo si trasforma in PATRIMONIO oltre 1 anno di permanenza nel dossier titoli, perchè se non resiste almeno 1 anno significa che è stato estrapolato dalle spese correnti in misura esagerata al vostro tenore di vita (totale delle spese correnti).

Vediamo in termini matematici cosa succede nelle 2 ipotesi di metodo:

  1. 500 euro al mese x 48 mesi (5 anni) = 24’000.-
  2. 500 euro al mese in conto corrente fino ai 10’000 e poi accumulo fino ai 48 mesi

Il tasso di rendimento interno IRR solo per fare un esempio lo stabiliamo al 5% per entrambi.

Il primo caso investito ogni mese ad un tasso di rendimento medio del 5% avrà come risultato 26’507,44

Nel secondo caso avrò 20 mesi di accumulo a 0 sul conto corrente, poi investo dal 21 mese i 10’000 (per 28 mesi rimanenti) e per altri 28 mesi 500 euro.

I 10’000 diventano al 5% per 28 mesi 11’234,72 + 14’816,69 risultanti dai 500 euro aggiuntivi dal 21 mese in avanti. Totale 26’051,41.

Una differenza di -456,03

Il costo quindi sul nominale di 24’000 è quindi 1,90%

Pensa di applicare questo costo su cifre più importanti e nel lungo periodo.

Conviene quindi investire piccole somme costantemente nel tempo che aspettare.

Come è possibile? Attraverso specifici strumenti ETF costruiti per questo scopo.

Se sei interessato puoi fissare una call cliccando qui

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I costi della performance

Quanto incide il costo del prodotto finanziario sulla performance?

La mente umana non è costruita per fare calcoli geometrici.

Il nostro cervello infatti non riesce, oltre un certo numero di periodi, a calcolare con precisione operazioni che prevedono l’elevazione a potenza. Questo può sembrare un aspetto di poco conto ma che invece è determinante per le strategie di vendita dei prodotti finanziari.

Questa considerazione è davvero importante anche se non sembra proprio perchè rientra nel lato oscuro (dark side) delle strategie di costruzione e vendita.

Affermare che un risparmio del 1,5% all’anno può sembrare una cosa di poco conto perchè facilmente il calcolo viene subito effettuato dal nostro cervello su base annua in modalità “semplice” e non “composta”.

Quando superiamo i 5-6 periodi di osservazioni (potrebbero essere facilmente nel nostro caso gli anni), iniziamo a non calcolare correttamente il risultato che è invece eclatante.

Qui di seguito porto un esempio.

I dati di questo esperimento (sono solo ipotesi di calcolo):

100’000 capitale iniziale. Rendimento 5%

Costo medio risparmio gestito attivo 2%

Costo medio risparmio gestito ETF 0,5%

Differenza alla fine di 120 mesi (10 anni) sono ben 22’413.- a favore di un portafoglio a basso costo.

Significa che a parità di rendimento del mercato, su questa ipotesi “scolastica” uno dei due investitori dopo 120 mesi (10 anni) avrebbe conseguito senza sforzo il 22,413% complessivamente in più rispetto all’investitore con invece un costo interno del suo portafoglio più elevato.

Non dobbiamo quindi sottovalutare le apparenti piccole differenze di costo annue perché nel lungo periodo possono essere determinanti per la vostra felicità finanziaria.

 

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I costi della performance

La dis-intermediazione è un fatto evolutivo . Vol. 1

Ci sono due soggetti davvero indispensabili nel mercato.

Produttori e consumatori oppure meglio definiti come venditori e compratori o meglio ancora “produttori di soddisfazioni emotive” e ” ricercatori di soddisfazioni emotive”.

Tra i due soggetti, indispensabili per la creazione nel meccanismo non violento del libero scambio, si sono sedimentati, nei secoli una serie di figure intermedie che per vari motivi hanno trovato la loro utilità nel mezzo di questi processi fluidi e liberi.

Gli intermediari appunto.

Cercando di tradurre in maniera semplice un concetto che è già di per se semplice, il mondo occidentale, faro di civiltà passata, presente e futura, si è affrancato dal Principe e dal latifondo e quindi dalla schiavitù, aprendosi alla convenienza del mercato.

Da pochissimi proprietari di terra e uomini (e donne ovviamente), ad una diffusa micro proprietà privata che ha aumentato in maniera incredibile l’efficienza produttiva della terra e del benessere dell’essere umano.

Nonostante l’inframmezzarsi di sanguinose guerre condotte dagli apparati militari dei Re e poi continuate con la creazione degli Stati ottocenteschi (il concetto è stato sostituire un monarca con una oligarchia elettiva), 3 parametri sono inconfutabilmente migliorati in modo esponenziale:

– la crescita demografica

– l’aumento della vita media

– l’aumento della speranza di vita neonatale

– l’aumento del benessere pro-capite

– l’aumento di soggetti che sono usciti dalla “fame” (inteso come bene di primissima necessità)

– l’aumento della libertà individuale

Quindi possiamo dire che la dis-intermediazione tra produttori e consumatori del monarca ha creato questo ambiente ideale per l’affermazione del Capitalismo o free-market.

La concorrenza tra produttori ha spinto i prezzi al ribasso e l’aumento quindi della ricchezza disponibile ai consumatori ha aumentato in loro la consapevolezza di potersi autodeterminare, scegliendo per esempio se fosse il caso di non mangiare solo polenta ma anche carne.

L’umanità ha trovato quindi il suo migliore (non in assoluto perchè non possiamo sapere cosa ci riserva il futuro) assetto pacifico.

Chi fa affari volontariamente non ha tempo di fare guerre.

Non è conveniente.

Sappiamo che il mercato ha delle regole ferree e codificate da comportamenti naturali, risponde cioè alle leggi della natura e non a quelle positive che spesso invece ne mettono in difficoltà il funzionamento stesso e costringono il legislatore a continui correttivi, aumentandone fatalmente i danni.

Capito il concetto di inutilità o meglio di ostacolo allo sviluppo sociale dell’intermediario (monarca, Stato etc), la natura però del soggetto che crede di poter sovvertire le leggi naturali del libero scambio è dura a morire.

Esiste un soggetto che trasversalmente non vuole competere, non vuole guadagnarsi “la gloria” dell’utilità nel mondo ma bensì vuole approfittare della ricchezza che viene generata dal libero scambio senza però averne il merito.

Questo soggetto, influenza il manipolo di persone elette a legiferare, per crearsi una fittizia utilità nel flusso produttori-consumatori.

Proviamo a pensare all’attuale sistema bancario che è riuscito caparbiamente a diventare l’unico soggetto economico deputato a fare da clearing house tra produttori e consumatori.

Con la promessa di lautissimi guadagni (ingiustificati) questo intermediario oggi controlla e si fa controllare da altri intermediari sopra di lui, la vita stessa dei cittadini.

Oggi le banche vendono perfino biciclette, abbonamenti a pay-tv, cucine, immobili, assicurazioni, e fondi di investimento.

Il costo della gestione del risparmio in Italia è tra le più alte al mondo.

Il Rapporto Bankitalia del 2016 dichiara che una gestione flessibile (quindi un mix tra prodotti obbligazionari ed azionari equamente pesati) costa mediamente al consumatore il 2,34% all’anno.

Su 1 milione 29’400 sono di costo ogni anno. Su 3 anni per esempio sono 88’200 a prescindere dalla performance o meno soddisfacente del prodotto.

Di questi costi nelle reti di distribuzioni, solitamente, il 40% rimane al produttore, e agli intermediari il resto, cioè la fetta preponderante.

Ma le banche e le SGR investono in questi strumenti i loro soldi?

No.

Usano gli ETF che hanno un costo senza intermediari (e disponibili a tutti) dello 0,07% (per esempio Vanguard S&P 500 ETF) sempre dal rapporto Bankitalia del 2016.

Significa una performance certa, a parità e di coerenza con il mercato di riferimento, dello 2,27% all’anno a favore del risparmiatore.

Fatevi i conti in tasca.

Questo argomento merita però di essere approfondito in un altro articolo prossimamente nel quale tenterò di spiegarvi che non avete bisogno di loro (sistema di intermediazione bancaria) per farvi gestire i soldi in maniera semplice ed efficace.

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I costi della performance

I fondi “attivi” che non battono il mercato “passivo” per definizione

E’ una antica verità che molti consulenti finanziari conoscono ma che nessuno dei venditori ha il coraggio di ammettere.

Tanto meno di ammetterlo davanti al cliente.